Mentre sui social network e sui giornali imperversa la polemica sul suo giardino, dal 16 gennaio è stato riaperto il Villino Florio all’Olivuzza. Il cottage palermitano era stato
eccezionalmente aperto lo scorso 29 dicembre per presentare alla cittadinanza i lavori di restauro fatti in questi anni, e l’evento straordinario aveva fatto nascere nei palermitani il desiderio di visitarlo. Così dopo alcune settimane di indecisione sulla sua destinazione, casa Florio schiude le sue porte al pubblico.
Dopo un lungo ciclo di restauri filologici curato dalla Soprintendenza dei Beni Culturali, la garconniere di Vincenzo Florio è tornata ala suo antico splendore, o quasi. Un secolo fa, infatti, la fiabesca abitazione era immersa nel verde. Ai tempi, l’Olivuzza era un parco sterminato, un luogo di delizie e un’appetibile meta per la caccia. La zona deve il suo nome ad Oliva, la proprietaria di un’osteria frequentata dai cacciatori locali. L’amenità del luogo e la natura lussureggiante facevano dell’Olivuzza un sito ideale per la villeggiatura. Infatti, questo florido terreno compreso tra la Zisa e la Noce, ospitava le residenze estive di illustri personaggi come il marchese di Rudinì, il principe di Lampedusa e il principe di Belmonte. Anche la principessa Butera Branciforti aveva una casa in zona. Alla sua morte passò al marito che sposò in seconde nozze la contessa Barbara Schehovskaia. Fu grazie a lei che nel 1845 lo Zar Nicola II, sua moglie e la figlia Olga vennero in questi luoghi nel tentativo di giovare alla salute della Zarina. Due anni dopo, la villa e altre costruzioni limitrofe vennero comperate da Ignazio Florio, il quale chiese a Rosario Torregrossa di ristrutturare la casa posta Sud-Ovest. Il risultato fu un palazzo in stile neogotico veneziano che ancora oggi possiamo ammirare. Esattamente alle sue spalle, al numero 38 di Viale Regina Margherita, venne costruito il Villino Florio. Come si è detto, cento anni fa il territorio era tutto un boschetto. Poi, la speculazione edilizia ha disboscato la macchia verde e lottizzato il circondario per costruire nuovi condomini. La casetta venne pressoché dimenticata finchè non scoppiò un incendio. La notte tra il 23 e il 24 novembre del 1962, l’avvocato Gallo, ultimo proprietario della villa prima dell’esproprio, appiccò il fuoco spacciando la vicenda per un corto circuito. In seguito, il dolo venne provato e il casino espropriato. Dietro il gesto di Gallo si nascondeva la speranza di riscuotere il premio dell’assicurazione da usare per pagare dei debiti. Ma la dolosità del misfatto fu provata dal fatto
che un mese prima era stata staccata la luce all’abitazione. Considerando che il ricordo dello “sbriciolamento” di Villa Deliella era ancora fresco nella memoria dei palermitani, per scongiurare lo stesso triste epilogo, si formo il “Comitato Salviamo Villa Florio” e il cottage sopravvisse. La Soprintendenza ne propose il restauro alla Regione dichiarando l’edificio d’interesse particolarmente importante ai sensi della legge 1089 del 1939. Così, nel giro di pochi anni la villa venne espropiata e si diede avvio ai lavori di restauro.
Agli inizi del 900, i Florio avevano tre abitazioni nelle vicinanze: una casa alla Noce, il neogotico Palazzo Florio e il villino. Il terreno venne comprato dai fratelli Florio tra il 1893 e il 1898. La casa divenne, prima, foresteria per gli ospiti di riguardo della famiglia (tra questi il Kaiser la sua consorte); poi, residenza del giovane Vincenzo, e continuò ad esserlo anche dopo il matrimonio con Annina Alliata. Il casino venne da loro abitato fino al 1911, anno in cui la giovane consorte morì di colera. Nel 1918 cambiò proprietari.
Tutt’intorno c’erano un laghetto, un serraglio, una serra per le orchidee, un chioschetto siculo-normanno, un tempietto neoclassico e il giardino. Quest’ultimo sta facendo molto parlare di sé. In molti sostengono che ne sia stato fatto scempio durante l’ultimo restauro. Ma, confrontando lo stato odierno con le foto d’epoca, si può dire che è stato perfettamente ripristinato il giardino così come era ai tempi del progettista e del committente. Va da sé, che il disboscamento del verde limitrofo non permette di ripristinare tutto fino in fondo per quanto i lavori siano stati condotti seguendo attentamente le fonti.
Ideato tra il 1898 e il 1900, il villino deriva dal progetto iniziale di un’ala di palazzo. Infatti, all’inizio Franca e Ignazio Florio chiesero al Basile di costruire loro un palazzo. Poi cambiarono idea. Dopo il matrimonio di Vincenzo e Annina si pensò anche ad ampliare la costruzione. Ma con la morte della giovane sposa non si fece più niente.
L’edificio in sé è composto da corpi assemblati tra loro. Ricorda un romantico castello di fiaba e le costruzioni barcellonesi di Gaudì. Visto in pianta, sembra un grande quadrato ingrandito da corpi aggiunti come il bovindo della facciata principale, le torrette, la serra e il salottino attiguo alla sala da pranzo. In altezza è tutto un gioco di volumi coronati da tetti a padiglione, spioventi, ad ombrello. Le mura ricoperte di pietra si espandono anche in larghezza. Sono movimentate. Una particolarità è costituita dalla disposizione delle scale che conducono ai due ingressi. Esse si ritrovano nelle ville del Seicento e del Settecento come rampe d’accesso all’ingresso principale, disposte nella facciata principale (si veda, ad esempio, Villa Boscogrande). Qui, invece, sono sistemate tra la facciata Sud e quella Ovest. L’andamento ondeggiante quasi magmatico ricorda la rampa costruita da Michelangelo per la Biblioteca Laurenziana. Da notare, infine, la vasca semicircolare sitemata sotto il bovindo, con il leo bibens simbolo dei noti imprenditori.
Gli interni, invece, si sviluppano su tre livelli: il primo più rustico e spartano ospita la sala da gioco e quella per il biliardo; il secondo i due ingressi, la stanza da pranzo e la hall a doppia altezza con il grandioso scalone con un ballatoio a destra su cui si affaccia un delizioso salottino; il terzo comprende la stanza padronale, i bagni e il soggiorno. Una stretta scala elicoidale conduce sui tetti e a una terrazza.
Il villino Florio è stato definito la prima opera completa e matura del modernismo italiano. Alla sua edificazione hanno partecipato le eccellenze delle maestranze locali: la ditta Ducrot per gli arredi; A. Mucoli per lo scalone interno; S. Martorella per le opere in ferro; Gregorietti per le vetrate e la ditta Caraffa per gli apparecchi dell’illuminazione. La tappezzeria riproduce motivi floreali molto in voga nella Belle Epoque: l’ippocastano (presente nella Grammatica dell’Ornamento di Owen Jones), il giglio, il papavero, il melograno e l’ileos, il cosiddetto fiore di Mucha, noto pittore boemo, ripreso anche dallo stesso Basile e da Ettore De Maria Bergler.
Quello che il visitatore vedrà, sarà molto affascinante. I lavori di restauro filologico hanno coinvolto maestranze locali e non solo. Tutto è stato riprodotto fedelmente usando tecnologie all’avanguardia come nel caso del ramage che si trova sul soffitto dello scalone. Per ulteriori approfondimenti, si invita ad usare la piattaforma interattiva posta nella sala da pranzo.
Il villino sarà aperto dal martedì al sabato dalle 9 alle 13. Sarà fruibile anche la prima domenica del mese.
Ingresso gratuito.
