Che gli eventi siano imperscrutabili, che il loro corso sia il più delle volte incomprensibile, e che il senso ultimo di tutte le cose sia, per lo più, sfuggente, è risaputo.
Accade però che certi eventi si susseguano in concomitanza o almeno molto ravvicinati, e ciò faccia riflettere. In più, il fatto che li accomunino delle tematiche, una sorta di minimo comun denominatore, pare suggerire che essi abbiano davvero un senso, sebbene tale senso non sia proprio chiarissimo e debba, perlomeno, essere soggetto a interpretazioni.
Il 16 novembre 2017 Totò Riina, in coma farmacologico in sèguito a un’operazione chirurgica delicata, compie 87 anni.
Riina alias Totò U Curtu, il famigerato Capo dei Capi, il Boss di Cosa Nostra, il Re della Mafia Siciliana, una belva sanguinaria che può davvero essere paragonata ai peggiori dittatori della storia, tanto che, addirittura, personaggi come Pablo Escobar lo ammiravano.
Il 17 novembre dello stesso anno, senza essersi risvegliato dal coma, 25 anni dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, Riina muore.
In qualche modo, la Sicilia, per non dire tutta l’Italia, vive ciò come uno spartiacque, un prima e un dopo. Non so dire se sia uno spartiacque reale o solo apparente, oramai siamo soggetti ai trend del momento, ogni social docet.
Inutile ribadire quanto noi palermitani abbiamo imparato a familiarizzare col mito di quest’uomo che, davvero, è un mistero della specie umana, al pari di tanti (troppi) come lui.
Come ti spieghi tanta cattiveria? Come motivi tale malvagità?
Dopo la sua morte, si dà il via a una ridda confusionaria di valutazioni e anti-valutazioni, ipotesi e contro-ipotesi: sì era ancora lui a comandare, no non comandava più da anni; ora dovranno eleggere il nuovo capo, no perché il capo è già Messina Danaro; ora Cosa Nostra si sfalderà del tutto, no Cosa Nostra ancora è lontana dall’essere sradicata dalla mentalità e dal territorio, e così via.
Il Re è morto, viva il Re, ma speriamo di no, che magari non ci sarà più Re.
Insomma, adesso che è morto pare che, sì, in realtà comandava ancora lui fino all’ultimo, mentre quando ancora era in vita si diceva che sul trono si fosse assiso Provenzano e poi Messina Danaro.
Non si capisce mai se certi miti oscuri abbiano più forza da vivi o da morti.
Ma non è questo l’oggetto delle riflessioni del presente articolo.
Il 10 luglio 2017 Palermo si era svegliata con un odioso atto di vandalismo contro Giovanni Falcone: il busto marmoreo del Giudice era stato danneggiato all’interno dell’omonima scuola nel quartiere di San Filippo Neri, il famigerato e temibilissimo “Zen”.
Si è voluto reagire subito a questo misfatto, così dopo soli quattro mesi, grazie ai ragazzi neolaureati del corso in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Palermo, il busto è tornato come prima, e la cerimonia di riscoperta del busto restaurato si è tenuta il 20 novembre.
Falcone, al pari di Borsellino e tutti gli altri come loro, è un personaggio per noi scomodo e scomodante, più di quanto i moralisti politicamente corretti della Palermo Bene non ammetteranno mai.
Quelli come Falcone alzano l’asticella di dove un essere umano possa spingersi per dare il meglio di sé, per ascoltare il proprio senso civico, per dirsi davvero servitore dello Stato, ed è sicuramente difficile guardare dritto negli occhi, alla pari, un tale titanico esempio.
È più facile certamente considerare Falcone “un eroe”, cioè uno di quelli che non siamo chiamati a imitare ma solo ad ammirare, perché, se è vero che l’imitazione è una forma d’ammirazione al pari dell’invidia, è vero pure che certi personaggi puoi solo ammirarli dal basso, così da ritenerli venuti da un altro mondo e deresponsabilizzarti del tutto se non riesci a essere manco a un quarto del loro livello.
Quando parenti e amici di tali Falcone, Borsellino e Puglisi ti vengono a dire che in realtà erano persone normalissime come noi, in realtà non ci vuoi credere più di tanto.
E ancora più facile è considerare personaggi come Riina dei mostri. Non che non se lo meritino, intendiamoci. Non voglio fare carità pelosa, né buonismo nauseante.
Voglio dire che, se è facile idealizzare i nostri eroi, ancora più facile è demonizzare i nostri mostri. Come dice l’etimologia latina della parola, monstrum, i mostri “mostrano”, per ricordarci che, in fondo, il mostro della superbia, dell’arroganza, dell’avidità, è proprio lì, dentro di noi.
E qui si accende quel mistero cui accennavo prima: tutti, dentro, abbiamo fantasie titaniche di successo e potere, ma come si arriva a certi livelli? Come si può rinnegare del tutto la propria umanità mentre, allo stesso tempo, una sottocultura di criminalità e degrado c’innalza a idoli di un mondo alla rovescia?
Scrivo questo perché se, da un lato, il 90% dei miei contatti Facebook ha riscoperto la Divina Commedia e condannato Riina all’Inferno immaginando che ne abbia già ripercorso tutti e nove i gironi, dall’altro in tanti, tantissimi, hanno ritenuto di dovergli fare le condoglianze, quasi uscendo da quella tana del politicamente corretto dove la Palermo Bene li aveva cacciati, per esprimere solidarietà a un uomo che, in fondo, non faceva che “farsi i cazzi propri” (sic) ed era stato schiacciato da uno Stato che, forse forse, in molti detestiamo.
Tutto questo mentre il Popolo del Web sentenzia: “no, lui non era un uomo, perché un uomo non si comporta così, noi non faremmo mai così”.
House of Cards ci ha detto che l’eterna farsa del potere fa uscire il MacBeth che è in ognuno di noi, e Orwell ha ben scritto che chi conquista il potere non pensa mai di doverlo lasciare, ma ciò non giustifica un Riina, e io d’altronde sto divagando.
Palermo, ora, deve fare i conti con la propria coscienza, confrontarsi col proprio retaggio.
Abbiamo i nostri mostri, e abbiamo i nostri eroi.
Morto un Riina se ne fa un altro forse, ma abbiamo e avremo per sempre i nostri Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Pino Puglisi e così via.
Un elenco così lungo da fare davvero male.
Palermo pare lastricata di storia, sangue e morti.
Come Dio abbia giudicato l’anima di Salvatore Riina, non oso immaginarlo, non mi arrischio.
Ma il restauro del busto del Giudice Falcone comunicato il giorno dopo il decesso del suo assassino, mi dà un senso di chiusura, di cerchio che torna a sé e si riappacifica con la propria storia.
Non la morte di un criminale vecchio e stanco quindi, ma il recupero della memoria, del ricordo.
Questo sì che è da festeggiare, ogni giorno, nell’intimo silenzioso di ognuno di noi.

